Come si sviluppa una fotografia digitale e soprattutto è una specie di imbroglio?

Questo articolo prende spunto da una domanda che mi hanno fatto più volte quando mi capita di postare foto come quella qui sopra, ovvero:

Ma è fatta con Photoshop?

Più in generale c’è l’idea diffusa, specialmente tra chi non si occupa di fotografia, che le immagini debbano essere prese così come escono dalla fotocamera, perché altrimenti la loro “lavorazione”, costituisce in qualche modo un imbroglio, vorrei contribuire con questo articolo a dare un’opinione diversa e leggermente più ampia, per chiarire cos’è una foto digitale e le sue differenze con una foto su pellicola. Come sempre le opinioni espresse in questo articolo sono le mie personali e, seppur condivise da una certa percentuale di colleghi, potrebbero non coincidere con quelle di altri fotografi, trattandosi di un’arte creativa ciascuno sviluppa i propri metodi e le proprie idee riguardo alle metodologie di lavoro più efficaci.

Diciamo che in estrema sintesi la differenza tra una foto analogica e una digitale sta nel fatto che mentre la prima è impressa su una pellicola, la seconda invece viene catturata da un sensore digitale che registra le stesse informazioni in una diversa modalità.

Il termine pellicola è però molto ampio, perché ne esistono diversi tipi, ciascuno con le proprie caratteristiche e il proprio modo di rendere l’immagine, per cui anche la pellicola costituisce una rappresentazione “condizionata” della realtà, tanto è vero che molti fotografi professionisti hanno usato per anni le pellicole Kodachrome proprio perché avevano una resa che era preferibile a quella di altri sistemi. Anche il processo di sviluppo di una pellicola è soggetto ad un certo numero di impostazioni e decisioni, comprese quelle relative all’area che si vuole effettivamente stampare (ritaglio), che influenzano in modo decisivo cosa uscirà poi effettivamente sulla foto, una sorta di fotoritocco ante litteram al quale però molti di noi probabilmente non hanno mai pensato coscientemente.

Se il processo di produzione di una foto su pellicola ha sempre utilizzato un grande numero di tecniche per creare immagini d’impatto,  mi sembra naturale che anche lo sviluppo di foto digitali possa utilizzare un arsenale di strumenti che consentono di massimizzare i risultati che una fotocamera è in grado di produrre e, visto in questi termini, il fotoritocco come “alterazione” della foto diventa un concetto un po’ più ampio.

Quando si scatta una foto digitale quindi si possono seguire due approcci:

  • Si scatta in formato JPEG e si lascia alla macchina il compito di restituire un’immagine più o meno pronta all’uso, intervenendo di solito in maniera minimale dopo averla trasferita sul nostro computer.
  • Si scatta in formato Raw, che è in pratica una rappresentazione fedele di tutte le informazioni che il sensore della macchina riesce a registrare al momento dello scatto, e si procede poi ad un processo di “sviluppo” del file Raw non dissimile, almeno concettualmente, da quello che avveniva nel mondo della pellicola.

Non tutte le macchine fotografiche consentono di scattare in formato Raw, generalmente occorre acquistare una compatta di un certo livello oppure, ancor meglio, una mirrorless o una reflex, inoltre i file Raw occupano una quantità di spazio decisamente maggiore e, ovviamente, implicano poi un lavoro di “post-produzione” per essere lavorati. In altre parole scattare in Raw è una decisione che di solito prende chi si occupa di fotografia per passione o per lavoro e decide di investire tempo e risorse per ottenere la foto che aveva realmente in mente e non quella che l’automatismo di una macchina decide.

Naturalmente a questo punto l’intervento di sviluppo assume un carattere decisamente personale e ciascuno di noi decide quale porzione della foto stampare e come intervenire, tenendo sempre presente che una foto fatta male in partenza difficilmente migliorerà con un processo di lavorazione. Ci sono tante scuole di pensiero sul ritaglio, sul contrasto e più o meno su qualunque singola impostazione che si può variare e io ho scelto un sottoinsieme di principi validi per il tipo di fotografia che faccio e che riassumo qui di seguito, ma ripeto si tratta solo del mio metodo personale:

  • Ritaglio: personalmente non amo molto ritagliare le foto e cerco di ottenere già al momento dello scatto l’inquadratura che mi piacerebbe avere su carta. Facendo però molte foto macro e ad animali in movimento, non sempre si ha il tempo di scegliere l’inquadratura giusta e a volte bisogna comunque scattare per cogliere l’attimo e non perdere un soggetto interessante e, in questo caso, un certo grado di ricomposizione postuma per me è accettabile. Lo vedo meno accettabile se si sta fotografando un paesaggio, situazione nella quale si ha di solito un discreto tempo per comporre ciò che si vuole, ma anche in questo caso ovviamente ciascuno sceglie cosa vuole ottenere.
  • Impostazioni di sviluppo: qui non mi pongo nessun limite particolare, cerco di scattare la foto nella maniera migliore per la situazione, ottenendo un’esposizione corretta. Di solito lavoro a priorità di diaframmi o in manuale per ritratti, paesaggi e macro, mentre per le foto agli animali in movimento di solito uso la modalità a priorità di tempi, decidendo in ogni caso a priori il valore ISO che posso accettare. Molte fotocamera moderne, compresa la mia, sono in grado di gestire gli ISO automatici ma a me non piace molto l’idea che la macchina decida questo parametro. Quando poi passo a sviluppare il file RAW cerco di scegliere quelli con l’esposizione migliore e tento di evidenziare i soggetti utilizzando luminosità e contrasto, alte luci, ombre, bianchi e neri e vari altri parametri che i tanti software di elaborazione mettono a disposizione. Anche qui io amo mantenere la foto non troppo dissimile da quella che avevo visto al momento dello scatto, ma se posso rendere più luminoso uno scatto fantastico, fatto quando il sole aveva deciso di mettersi dietro ad una nuvola, lo faccio senza alcun rimorso 😉

Qui sotto per esempio riporto una delle situazioni in cui ho fatto un ritaglio legato alla situazione. E’ una foto del mio cane che corre, aveva preso una pallina e io avevo montato un 24-120, non ero in grado di avvicinarmi di più perché lei è molto più veloce di me e non avevo la possibilità di zoommare di più perché già al limite e quindi ho scattato prima che lasciasse la pallina. Riguardando la foto però non ero soddisfatto della composizione e quindi ho fatto un ritaglio secondo l’idea di movimento e di direzione che volevo che la foto rendesse… la differenza, almeno ai miei occhi, è notevole.

Nella maggior parte dei casi però non faccio alcun ritaglio, come nel caso della foto di copertina, per la quale ho scattato tre/quattro immagini in sequenza, scegliendo poi la migliore per inquadratura ed esposizione, tenendo sempre conto che un cane in movimento non aspetta certo le nostre indecisioni, qui sotto c’è la foto originale dopo lo sviluppo, scattata con una Nikon D750 e obiettivo 24-120 F4, 400 ISO, priorità di tempi a 1/1000 sec e diaframma F4. Anche in questo caso ovviamente ho dovuto scattare a priorità di tempi perché, dopo tante foto buttate, mi sono reso conto che al di sotto di 1/1000 di secondo la combinazione tra il modo veloce con cui si muove il cane e la risoluzione mostruosa di questi sensori moderni, il micromosso è sempre in agguato, però avevo fatto delle prove e verificato già che per avere quel tempo, in una giornata non proprio soleggiata e nel vialone di un bosco, la macchina doveva per forza aprire il diaframma al massimo e quindi avrei ottenuto l’effetto di congelare i soggetti e sfocare completamente lo sfondo.

Ho provato a giocare un po’ con il bianco e nero, convertendo la foto in maniera manuale, lavorando su ciascun canale di colore, ma il risultato non mi soddisfaceva completamente e così ho applicato una dei preset di Lightroom e a partire da quello ho lavorato parecchio sugli tutti i parametri possibili per ottenere esattamente quello che volevo, che sarebbe l’immagine di copertina e che, per comodità, ho riportato di nuovo qui sotto.

Come si può vedere la foto di partenza era già ottima, soggetti a fuoco perfetto, inquadratura precisa, sfondo sfocato, in altre parole tutto quello che volevo già al momento dello scatto, la post-produzione mi è servita per trovare una combinazione cromatica che desse un tono “senza tempo” alla foto e che, almeno per la mia visione emozionale della fotografia, concentrasse l’attenzione sul momento eliminando tutti gli elementi di distrazione.

Se la mia breve dissertazione sullo sviluppo digitale vi dovesse aver convinto, cosa potete usare per farla? Ecco una breve lista della spesa:

  • Scattare ovviamente in formato Raw: io scatto in Raw a 12 bit (Nikon consente anche il 14, ma non mi sembra molto utile).
  • Scegliere un software di elaborazione: io uso la suite di Adobe che ho acquistato già un paio d’anni fa, in particolare Lightroom (che adoro) e talvolta Photoshop, ma ci sono tante altre alternative in commercio, tra cui anche software gratuiti dei produttori di fotocamere come Nikon Capture NX-D.
  • Scegliere un proprio stile: ciascuno di noi ha un modo peculiare di vedere il mondo, le nostre foto dovrebbero essere uno dei modi migliori per comunicarlo agli altri.

Relativamente al software di elaborazione, io ho fatto la scelta di Lightroom perché non mi interessa solo sviluppare le foto, ma anche conservarle in modo organizzato. Lightroom consente di gestire il proprio catalogo di immagini, mettendo a disposizione strumenti di gestione e ricerca sofisticati e anche delle caratteristiche avanzate di cui si apprezza l’utilità solo quando se ne incomincia a fare un uso professionale. Tra le tante cose che si possono fare:

  • Copie virtuali di una foto, che occupano solo lo spazio necessario a memorizzare le impostazioni che abbiamo usato, anziché duplicare tutto il file, quando i vostri file Raw sono di 30/50 Megabyte questo comincia a fare una certa differenza.
  • Salvare un insieme di settaggi (Preset) per poi poterlo applicare successivamente, come quello applicato alla foto di copertina per esempio.
  • Gestire le proprie foto tenendole anche su dischi esterni, opzioni indispensabile quando si comincia a scattare foto professionalmente in Raw, 30 Megabyte/foto * 10.000 = 300 Gigabyte… ci vuole poco a saturare un hard disk.
  • Poter modificare le proprie foto anche se l’hard disk esterno è scollegato in quel momento… questa è pura magia 🙂

Come al solito ciascuno deve trovare gli strumenti migliori per il proprio modo di lavorare, ma sapere quante più cose possibile su quelli disponibili aiuta a scegliere la strada migliore.

Non c’è niente di male a scattare foto in Jpeg, magari con un cellulare e poi a pubblicarle su Instagram modificandole un po’, ma se vi piace questa operazione provate a fare una foto in Raw e poi a svilupparla… è una droga dalla quale è difficile disintossicarsi 😉

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